Le retail stock hanno messo a segno un rialzo del 20% dall’inizio dell’anno, e del 119% dalla fine del 2019; le azioni preferite dagli hedge fund, di converso, hanno conseguito una performance del 7.3% da inizio anno (nessun progresso da metà febbraio in avanti), e del 55% dal 2020 in avanti.

Fra le chicche che quest’anno ci consegna, c’è lo scontro epico a cui stiamo assistendo fra il pubblico degli investitori “retail”, e quello istituzionale. Non si tratta soltanto di meme stock, né il fenomeno è circoscritto alle ultime sedute. Rivelatore il confronto fra le performance: le cosiddette retail stock, che annoverano nomi come GameStop, Virgin Galactic, Marathon Oil, APA Corp., Ford ed American Airlines; hanno messo a segno un rialzo del 20% dall’inizio dell’anno, e del 119% dalla fine del 2019; le azioni preferite dagli hedge fund, di converso, hanno conseguito una performance del 7.3% da inizio anno (nessun progresso da metà febbraio in avanti), e del 55% dal 2020 in avanti. Lo S&P500, nei medesimi archi di tempo, ha portato a casa saldi del +11.6 e del +29.8%, rispettivamente.
È la vittoria di Davide contro Golia? È facile etichettare questi risultati come il riflesso di un comportamento scellerato ed irresponsabile di un gruppetto di scommettitori che trattano il listino azionario alla stregua di un casinò. Ma questo sarebbe un errore di sottovalutazione. Mohamed El-Arian l’altro ieri su Bloomberg ha elencato tre motivi per cui il fenomeno è degno di considerazione, quantomeno. Ne aggiungeremmo un quarto: gli ultimi mesi stanno mettendo a nudo l’inefficacia di strategie finora collaudate, che hanno fatto la fortuna di un’intera generazione di gestori: celebrati dalle sontuose commissioni di performance e dagli inviti ai salotti mediatici che contano.
Si pensi soltanto alla famosa strategia 60/40, che ha consentito di guadagnare in tutti i contesti di mercato, grazie ad una correlazione inversa fra azioni e titoli di Stato, ora clamorosamente rovesciata in concomitanza con il ritorno dell’inflazione. Secondo AQR Capital, nei prossimi 5/10 anni un portafoglio diversificato fra azioni (60% del totale) e titoli di Stato (40%), produrrà un ritorno di poco sopra il 2% al netto dell’inflazione. Il re è nudo.
Per ingrossare questi grami ritorni, le alternative sono poche: o si aumenta la leva finanziaria e di conseguenza il rischio di portafoglio; o si scelgono alternative di copertura meno correlate dei bond (quali: bitcoin?), oppure si modifica il mix di portafoglio, concentrandosi su listini meno sopravvalutati ed in odore di ripartenza definitiva.
Fra questi, un ruolo chiave sarà giocato senza dubbio dalle borse europee. Il MSCI Euro vanta un Price/Earnings di oltre 4 punti inferiore a quello USA, oltre a posizionarsi su livelli molto meno orbitali rispetto alla media storica. L’indice soltanto adesso si affaccia in prossimità del massimo del 2007, che lo S&P500 ha superato oltre otto anni fa: con effetti noti a tutti.
Se le borse europee dovessero prodursi in una rottura convincente, per gestori globali e risparmiatori privati la scelta sarebbe scontata.