Il rialzo delle ultime sei settimane ha coinvolto soltanto la metà dei settori della borsa americana. Nel frattempo una spettacolare earnings season volge al termine, mentre il FOMC risulta vistosamente disallineato rispetto alle attese del mercato ... Continua...
Continuano a fioccare le performance per chi non si è lasciato incantare dalle tragiche raccomandazioni dei presunti esperti di mercato. Wall Street gode di buona salute, ma il resto del mondo certo non è rimasto a guardare... Continua...
Tenero il tentativo di queste ore dei media finanziari, di spiegarci perché le borse stiano migliorando i massimi storici, dopo gareggiato per settimane nel prefigurare gli scenari più catastrofici per i listini azionari mondiali. Continua...
Clamoroso il comportamento di ieri sera a Wall Street. Il nuovo vuoto grafico promette di rimanere incolmato a tempo indeterminato. Lo S&P500 nel frattempo è reduce da una poderosa sequenza di sette sedute positive di fila: il peggio è passato.
Le quotazioni del petrolio si mantengono sotto i 100 dollari per barile, e tanto basta al mercato per ritrovare la serenità: nell’attuale contesto, le notizie meno peggiori sono buone notizie. Lo S&P500 inanella così la settima seduta positiva consecutiva, realizzando in questo arco di tempo una performance superiore al 7%: un setup su cui ritorniamo più avanti.
L’attenzione degli investitori sarà catalizzata nelle prossime ore dal rilascio dell’indice dei prezzi al consumo nel mese di marzo: il primo rapporto condizionato dalla crisi in Medio Oriente. Il sondaggio condotto da Bloomberg fra una quarantina di esperti, segnala una previsione mediana di balzo di quasi un punto percentuale a +3.4% per la versione headline; con il CPI core, che (soltanto) in teoria non dovrebbe risultare condizionato dalla fiammata dei costi energetici, atteso parimenti in ripresa da +2.5 a +2.7%.
I carburanti sono aumentati negli Stati Uniti di non meno del 20% nell’ultimo mese. Considerato un peso nel paniere del 2.8%, da sola questa componente genera un impatto dello 0.8% mensile. A ciò si aggiungano le ripercussioni di secondo livello, con l’aumento dei prezzi dei fertilizzanti, delle materie plastiche, dell’elio e di altre materie prime, che incidono già sui prezzi finali.
Il mercato appare abbastanza convinto: i contraccolpi delle tensioni nel Golfo Persico saranno più percepiti dal reddito fisso che dai listini azionari. Il massiccio gap up di mercoledì notte sullo S&P500 non è stato colmato; al contrario, l’indice americano si è migliorato ulteriormente, producendosi in una performance con pochissimi precedenti storici, e avvicinando i massimi assoluti di fine gennaio.
Curiosamente, il setup in questione non è mai stato sperimentato prima del decennio corrente. Un gap superiore al punto percentuale, con la chiusura del giorno successivo che risulti superiore al massimo della seduta dello strappo rialzista; prima d’ora è stato sperimentato altre sei volte: l’ultima a maggio 2025, la prima il 25 marzo 2020, pochi giorni dopo il bottom dell’ultimo bear market. Mai prima del 2020. In tutti i casi le quotazioni si sono migliorate nei mesi successivi. In ogni caso chi confidava nell’antico adagio secondo cui «prima o poi i gap vengono chiusi», sta ancora aspettando...