La borsa italiana è salita in ben 20 delle ultime 24 sedute. Merito del recupero della divisa comune ai danni del biglietto verde: una tendenza che, se definitiva, indurrebbe tutta una serie di considerazioni di natura strategica legate all'allocazione di portafoglio.

Sono passati esattamente mille giorni da quel fatidico 19 febbraio 2020. La vita degli investitori scorreva felice eppure noiosa: lo S&P500 migliorava il suo massimo assoluto già per la 13esima volta dall’inizio dell’anno, l’economia tirava, con il PIL americano cresciuto l’anno precedente del 2.5% in termini reali; appunto l’inflazione era un termine desueto, tant’è vero che l’85% delle banche centrali mondiali aveva tagliato i tassi come ultima misura ufficiale di politica monetaria.
Nel giro di pochi giorni il mondo sarebbe cambiato, probabilmente per sempre: una pandemia induceva la caduta in recessione, con un bear market che mancava da oltre dieci anni. Lo sforzo coordinato di tutte le autorità fiscali e monetarie mondiali avrebbe circoscritto il danno, favorendo la ripartenza dei listini azionari: che oggi possono tutto sommato fornire una rappresentazione confortante.
A ieri, la performance conseguita negli Stati Uniti da parte del malcapitato investitore che avesse comprato sui massimi del 2020, si attesterebbe al +18.8%. Un discreto guadagno, sebbene inferiore a quello messo a segno da Wall Street storicamente in un simile arco di tempo. C’è chi ha fatto meglio.
Sul banco degli imputati per la prima volta dopo quasi mezza generazione sale il dollaro. Il ridimensionamento del biglietto verde galvanizza piazze che finora sono state costrette a mangiare la polvere: dai minimi di inizio autunno tre borse – fra cui la nostra Piazza Affari – possono vantare un saldo che formalmente le ricolloca in bull market, essendo superiore al 20%. Nell’ambito delle prime 25 piazze al mondo per capitalizzazione, ben 7 dei primi 11 indici per performance dai minimi, si collocano in Europa. Gli Stati Uniti seguono mestamente al 12esimo posto: bene, ma non benissimo.
Il dubbio è sempre lo stesso: basta misurare il recupero dai minimi per affermare con ragionevole certezza che il minimo di mercato sia definitivamente alle spalle?
Un dubbio ben fondato se si considera che, per rimanere allo S&P500, un guadagno di quasi il 12% è già stato conseguito un’altra volta, quest’anno – fra giugno ed agosto – e ciò non ha impedito la prosecuzione del mercato Orso. Anche il raggiungimento della mitica asticella del +20% dai minimi non metterebbe al riparo gli investitori, se si considera che anche nel corso dei bear market del 2000-2002 e del 2007-2009 una simile performance fu conseguita, prima che ulteriori vendite conducessero a nuovi minimi.
L’indebolimento del dollaro, e le prospettive strategiche commentate ieri, ci consentono e quasi impongono di rivolgere altrove la nostra attenzione. Il FTSE MIB ha conseguito un saldo positivo in 20 delle ultime 24 sedute (e sempre negli ultimi 8 giorni): dal 2000 ad oggi è accaduto soltanto un’altra volta. Ma il merito è ben evidente: Piazza Affari è una scommessa a leva sul recupero dell’euro contro dollaro.