Ieri Wall Street si è concessa una pausa, in una settimana potenzialmente turbolenta per le scadenze tecniche trimestrali. A 50 giorni dall’inizio dell’anno lo S&P500 ha conseguito ben 17 massimi storici, che rendono il 2024 l’anno migliore sotto questa metrica dal 1998.

I dati macro di ieri non sono stati particolarmente gratificanti negli Stati Uniti. L’indice dei prezzi alla produzione è salito più delle attese, generando pressioni sul core PCE deflator di febbraio atteso per la fine del mese. Allo stesso modo, le vendite al dettaglio sono rimbalzate, ma hanno deluso le aspettative, confermando il deterioramento segnalato dai sondaggi sulla fiducia delle famiglie.
Questa dose omeopatica di stagflazione suggerirà ulteriore cautela alla banca centrale americana. Il governatore Powell ricorda quei politici italiani in campagna elettorale: sempre pronti a promettere maggiore spesa e minori imposte, salvo rimangiarsi tutto quando il successivo bagno con la realtà dei conti pubblici prescrive diversamente. La Fed taglierà i tassi di interesse. Prima o poi. Forse.

La settimana entrante sarà rovente sotto questa prospettiva. Aprirà le danze la Reserve Bank of Australia, assieme alla Bank of Japan. Poi sarà il turno della Federal Reserve, chiamata a confermare o rivedere i propositi enunciati a dicembre (è possibile che i “puntini” rimuovano un taglio dei tassi su tre nei prossimi dodici mesi). Indi si riuniranno gli istituti di emissione di Indonesia, Brasile, Taiwan, prima delle banche centrali di Svizzera, Norvegia, Regno Unito e Messico. Un calendario fittissimo...
È d’uopo rammentare come nell’economia moderna, ed in special modo quella uscita dallo shock pandemico del 2020; i tassi di interesse sono solo uno degli strumenti della politica monetaria, e che le condizioni finanziarie complessive sono ben altro. Sicché un mancato taglio del costo del denaro non sarebbe un dramma, nella misura in cui le aziende continuassero a produrre profitti. Non la pensa così Jeremy Grantham, leggendario gestore, che con nostro grande sollievo continua a chiamare il massimo dei mercati ed un imminente crash. Ci era mancato.

Ieri Wall Street si è concessa una pausa, in una settimana potenzialmente turbolenta non foss’altro che per le scadenze tecniche trimestrali. A 50 giorni dall’inizio dell’anno lo S&P500 ha conseguito ben 17 massimi storici, che rendono il 2024 l’anno migliore sotto questa metrica dal 1998; soltanto il quinto nel Dopoguerra ad aver registrato la formazione di un massimo assoluto nel 30% delle prime cinquanta sedute dell’anni. Facciamo la storia.
Ma gli altri mercati non stanno più a guardare. Nelle ultime 5 settimane gli USA si sono collocati soltanto al 15esimo posto nel ranking nel G25 per performance; in una classifica capeggiata da Cina, Danimarca, Taiwan, Italia e Hong Kong. Il MSCI World ex USA ha definitivamente avuto ragione dell’ultimo diaframma che lo separa(va) dai massimi del 2021: a loro volta contenuti da una vistosa resistenza. È questione di tempo prima che su questo fronte siano migliorati a sua volta i massimi storici.