Ormai negli Stati Uniti un taglio del Fed Funds rate è rimandato alla seconda metà dell'anno, ben che vada. Nell'Eurozona ci si arriverà prima, e questo promette il rilancio dell'economia continentale. Nel frattempo Piazza Affari riscontra qualche vulnerabilità.

Si è discusso molto ieri del dato deludente dell’inflazione americana nel mese di marzo. La frustrazione serpeggia incontrastata, e autorevoli voci raccomandano neanche tanto velatamente alla Fed di rinunciare ad un obiettivo dal conseguimento sempre più improbabile, optando invece per un più realistico tasso di crescita dei prezzi al consumo del 3.0%: ottimale in un contesto economico radicalmente mutato rispetto ai passati Anni Dieci.
Sul piano formale la prima data utile per un taglio dei tassi ufficiali negli Stati Uniti, coincide ora con il FOMC del 18 settembre: con una probabilità del 66.8%. Neanche così scontata, e con la prospettiva di un nulla di fatto per il 2024 stabile al 13%. Diversi esponenti della banca centrale americana si sono alternati ieri davanti ai taccuini dei reporter, ma la sostanza non è cambiata: l’economia non è compatibile con un minore costo del denaro e, tutto sommato, non abbisogna di tassi più bassi. Questa prospettiva non incoraggia chi investe sul reddito fisso ma, storicamente, è ben conciliante per il mercato azionario: che tipicamente guadagna, dall’ultimo aumento del Fed Funds rate, al primo taglio. Ne parlammo nell’Outlook di inizio anno.

Non sorprende dunque che Wall Street ieri sia rimbalzata, dopo il mezzo, prevedibile passo falso di mercoledì. Subentrano qui due fattori. Il primo, come si commentava nel rapporto di ieri, è legato alla stagionalità benigna della seconda decade di aprile: esaltata nelle circostanze replicate da questo 2024.
Il secondo è legato al calo dell’un percento ad un certo punto lamentata dallo S&P500 mercoledì: un setup quest’anno già propizio, nelle occasioni in cui si è manifestato. Il fenomeno però è storico: da quando esiste (1993) lo SPY, comprando l’ETF sullo S&P500 dopo una seduta da +1% avrebbe prodotto una perdita complessiva del 49%; al contrario, comprare dopo un -1% avrebbe prodotto un guadagno ad oggi del +350%. Il vecchio Buy on Dips non tramonta mai...

Piazza Affari di recente ha manifestato una vistosa tendenza a fare peggio  degli altri listini azionari, pur in valuta comune per omogeneità di confronto. Nelle ultime settimane abbiamo evidenziato tutta una serie di fattori tecnici che evidenziano una maggiore vulnerabilità del nostro listino. Nel Rapporto Giornaliero di oggi ne commentiamo uno ulteriore, non nuovo per i lettori.
L’indice della borsa italiana puntava sin dalla fine del 2022 ad un obiettivo situato fra 35 e 37 mila punti. Qui la più recente gamba di rialzo (onda 5) eguaglia in estensione lo sviluppo delle prime tre onde dopo il minimo di marzo 2020; ma si tratta soltanto di una delle tante (cinque) proiezioni che qui convergono. Il ripiegamento di questo mese è ben poco cosa e ancora ribaltabile. Ma suscita qualche legittima riflessione.