Gestori blasonati nei giorni più recenti hanno denunciato i presunti rischi generati da una salita verticale che ad ogni modo ha lasciato molti di essi a bocca asciutta; sottolineando il presunto scollamento fra situazione macro e andamento del mercato.

Ci accingiamo a chiudere il secondo trimestre dell’anno in modo trionfale. Lo S&P500 al momento vanta un saldo superiore al 21%. Di una frazione di punto percentuale, si tratta del secondo miglior risultato dal 1950, su questo arco di tempo. Dal Dopoguerra, sarebbe appena la quarta volta che l’indice azionario americano riuscirebbe a posizionarsi sopra l’asticella del 20%.
Vedremo se le prossime sedute faranno registrare un window dressing reale più nelle pigre descrizioni dei giornali specializzati che nella realtà effettiva (alludiamo alla presunta tendenza dei fondi a comprare le azioni salite in modo consistente nel trimestre, a pochi giorni dalla chiusura del medesimo, per fornire ai sottoscrittori rendiconti meno deprimenti); e se la stagionalità, lugubre sulla carta nella settimana successiva alle sistemazioni tecniche di giugno, ottempererà ai suoi doveri nelle ultime 72 ore utili.
Si conferma e rafforza però il distacco fra la percezione di una consistente fetta di investitori, e l’andamento di mercato. Gestori blasonati del calibro di Jeremy Grantham, Ray Dalio e Howard Marks, per citarne soltanto alcuni, nei giorni più recenti hanno denunciato i presunti rischi generati da una salita verticale che ad ogni modo ha lasciato molti di essi a bocca asciutta. Questa volta i piccoli investitori, a ragione o a torto, non hanno prestato credito agli esperti, agendo autonomamente; magari di impulso, ma in modo fino ad ora premiante. L’iniziativa si è rivolta in particolar modo verso il mercato delle opzioni, che garantisce una certa esposizione ad un prezzo teoricamente più contenuto, e che negli ultimi anni è cresciuto a dismisura: a 5 trilioni di dollari, le posizioni complessivamente in essere ora sfiorano il 20% dell’intera capitalizzazione del solo S&P500. Quasi un quinto delle opzioni tradate dall’inizio di aprile, ha avuto una vita residua inferiore alle 24 ore. Il dato si è attestato attorno al 4% nel 2011-16.
Bisognerebbe peraltro spendere qualche parola sul presunto scollamento fra l’andamento del mercato azionario e il contesto economico sottostante. Premesso che il primo è un riflesso più micro (lo stato di salute delle aziende quotate) che macro (l’andamento dell’economia nazionale); da settimane i dati economici si rivelano sistematicamente – e massicciamente – migliori delle depresse attese degli economisti; il PMI flash di ieri negli Stati Uniti essendo l’ultima di una lunga sequenza.
La relazione fra queste “sorprese” e la performance di mercato è ben evidente osservando lo studio proposto nel Rapporto Giornaliero di oggi: il CESI Usd vanta una correlazione evidente con il tasso di crescita dello S&P500. A dirla tutta, si scorge addirittura un certo ritardo della dinamica di crescita del mercato, stando al livello adesso raggiunto dal CESI: salito adesso ad un nuovo massimo storico. Il flusso di dati macro si è rivelato in una parola sola sorprendente. E il mercato, doverosamente, si riallinea.