I reali motivi del disagio del mercato azionario americano sono da rinvenire su prospettive differenti da quelle popolari: meno mediatiche, ma più sostanziali. Fra queste, la registrazione del decimo Hindenburg Omen in un mese. Continua...
Wall Street concede terreno ai venditori, dopo un memorabile rally del 20% dai minimi di fine marzo. Occorreva il giusto catalizzatore, pervenuto sotto forma di rapporto sull'occupazione che spazza via ogni velleità di recessione. Continua...
Sono numeri sensazionali: 24 massimi storici da inizio anno, dieci settimane positive di fila, e sette sedute benigne da quando Warsh si è insediato alla guida della Fed. Anche Piazza Affari sui massimi storici. Gli investitori a ragione festeggiano. Continua...
Continua spasmodica la ricerca di un profeta che anticipi il crash dei mercati. Paradossalmente, a differenza del passato le performance spettacolari di borsa non avvicinano gli investitori. Al contrario, li scoraggia. Meglio così.
La prescrizione di un massimo idealmente per martedì 26, in effetti induce a Piazza Affari un movimento riflessivo benché non definitivo. Al contempo Wall Street chiude sostanzialmente invariata, senza però rinunciare alla formazione di un nuovo massimo storico; così, per non perdere l’abitudine...
Non accenna a venire meno nel frattempo la ricerca spasmodica di un profeta che preannunci il Top definitivo dei mercati. È invocato a gran voce nei podcast, sulla stampa specializzata, sulle chat di Telegram e sui forum dei siti finanziari. Un novello Michael Burry, che renda giustizia ai milioni di aspiranti investitori rimasti perlopiù a guardare in tutti questi anni. La recente sequenza di otto settimane positive di fila – forse nove – lungi dall’indurre la capitolazione dei rinunciatari, paradossalmente ne rafforza le convinzioni: «sta a vedere che adesso compro io e crolla tutto».
Non funziona così. Come sa chi si dedichi anche a tempo perso allo studio dei mercati, simili sequenze non si incontrano prima dei massimi. Di più: come rilevato alcuni giorni orsono, tendenzialmente sono seguiti da rialzi ulteriori nei mesi successivi. Idem dicasi per l’ipercomprato in cui la borsa americana è entrata a partire da metà dello scorso mese: quando per la prima volta si è spinta oltre 1 deviazione standard sopra la media a 50 giorni.
Ieri cadeva la seduta numero 100 dell’anno, e lo S&P500 già guadagna un impressionante 9.9%. Nel Dopoguerra altre 22 volte è stata scavalcata l’asticella del +9.0% a questo punto dell’anno, ed in ben 19 occasioni Wall Street si è migliorata ulteriormente fino alla fine dell’anno; del +8.1%, in media.
Quanto basterebbe per spingerci ben oltre gli 8.000 punti prima di stappare lo spumante. In compagnia di Deutsche Bank, Goldman Sachs e Morgan Stanley, che hanno già avanzato nelle settimane passate tale proiezione.
L’attenzione di oggi sarà catalizzata dal rilascio del core PCE Deflator: la misura di inflazione ufficialmente preferita dalla Fed. Il cui vice-governatore Jefferson si è affannato ieri nell’anticipare che la variazione dei prezzi al consumo fletterà verso il basso verso la fine dell’anno, con il venir meno dell’incidenza del rialzo dei dazi doganali e delle fonti di energia.
Trascurando che gli elettori americani si dichiarano ben più sensibili alla variazione assoluta del CPI (+30%) negli ultimi sei anni, che non al confronto anno su anno (+3.8% allo stato attuale. Comunque sopra l’obiettivo ufficiale a +2.0%).
Non sappiamo se il previsto declino degli ultimi giorni del petrolio riuscirà a prevenir il disancoraggio dell’inflazione. Certo è che il ridimensionamento del WTI sta favorendo i settori più sensibili dei listini azionari – società dei beni di consumo e industriali – e questo sta favorendo ora una insperata quanto apprezzata rotazione di mercato.