In questo decennio la borsa americana ha corrisposto una performance media annualizzata superiore al 15%, nonostante due (praticamente) tre bear market, e tutte le possibili incertezze. Il reddito fisso, nel frattempo, non ha recuperato nemmeno l'inflazione.

Il rapporto JOLTS sull’occupazione fornisce un dato superiore alle attese della vigilia, e conferma la stabilizzazione del mercato del lavoro. A questo punto la Fed sarebbe legittimata a tagliare i tassi, soltanto in presenza di un’inflazione che rientrasse stabilmente all’interno del target range.
E qual è il problema? se la misura preferita dovesse non corrispondere alle aspettative, basta cambiare l’indicatore, come nelle sue dichiarazioni ha anticipato il governatore in pectore Warsh, che precisa di non prediligere il core PCE deflator. Ne fa le spese il mercato obbligazionario, con lo yield dei Treasury a trent’anni salito ieri al 5.0%: ai massimi degli ultimi 19 anni.

Non sorprende lo smarrimento di molti investitori i quali, prestando ascolto a consigli poco avveduti, hanno prediletto in questi anni il reddito fisso al mercato azionario. Dalla fine del 2019, prima che l’emergenza pandemica resettasse il regime socioeconomico, il mercato azionario americano ha fornito agli investitori una performance media annualizzata del 15.3% in termini total return, pur dopo due pesanti bear market (febbraio-marzo 2020 e gennaio-ottobre 2022), e consistenti aggiustamenti come quello di aprile dello scorso anno. Allo stesso tempo, il BBG Barclays Aggregate Bond Index, sempre in termini total return, ha conseguito un saldo medio del 0.83% annualizzato, considerando anche le cedole, nonché tutti i possibili (ed impossibili) fattori di disturbo esogeno.
Se per la grama performance del reddito fisso il dito è puntato nei confronti di un’inflazione che non tornerà più agli standard dei decenni precedenti, con buona pace dei banchieri centrali; di converso gli spettacolari risultati del mercato azionario sono in buona misura riconducibili ad una capacità senza precedenti di generare profitti aziendali: ciò che in fondo si chiede ad una società quotata in borsa.

Quando ormai i due terzi delle compagnie dello S&P500 hanno riportato gli utili del Q1, l’81% ha battuto le stime degli analisti fondamentali, ancora una volta rimasti spiazzati. Rispetto ad un anno fa, il monte utili del benchmark americano fa registrare un autentico boom del 26%, con revisioni verso l’alto per tutti i successivi tre quarti dell’anno.
Non sorprende che S&P500, Nasdaq ma anche il Russell 2000 delle small cap, siano saliti ieri a nuovi massimi storici, gratificando gli investitori che non si sono lasciati persuadere dal rumore esterno, e dalle argomentazioni di una comunità di “esperti” rivelatasi non sempre all’altezza delle sfide dell’epoca.