Powell dovrebbe ignorare le esortazioni che nelle ultime ore provengono dalle banche d'investimento: di parere contrario circa l'opportunità di tagliare il costo ufficiale del denaro. Il pessimismo evidentemente dilaga a tutti i livelli.

Come abbiamo tempestivamente segnalato nel rapporto di ieri, pause prolungate nel processo di crescita dello S&P500 – addirittura cinque chiusure giornaliere pressoché allineate – dopo uno strappo vigoroso come quello di inizio mese; tendono ad essere seguite dal ripristino dell’uptrend, con una frequenza di casi favorevoli particolarmente felice dopo due mesi.
La flessione di maggio ha fornito agli investitori una opportunità unica di ingresso a 2750 punti: dove si collocava il massimo drawdown ipotizzabile, sulla base dei nostri setup, come segnalato a suo tempo. il superamento ieri dell’ultimo diaframma a 2905 punti rende una questione di “quando” – non di “se” – sarà conseguito un nuovo massimo storico.
Eppure, il sentiment degli investitori – di tutti gli investitori – resta improntato ad una cautela a questo punto patologicamente eccessiva. Abbiamo visto come i gap down ripetuti, al contrario di quanto sostenuto da una insistente campagna promozionale via mail, tendano a registrarsi in prossimità dei minimi di mercato. Abbiamo rilevato il marcato deflusso da fondi ed ETF azionari nel mese di maggio, e abbiamo sottolineato il pesante scetticismo dei piccoli investitori: risultante tanto dai sondaggi, quando da misuratori obiettivi come il confronto fra opzioni put e opzioni call scambiate.
Questo sentimento è condiviso dagli investitori istituzionali. I quali, stando al sondaggio mensile condotto da BofA Merrill Lynch, hanno tagliato di oltre 30 punti l’esposizione azionaria nell’ultimo mese. Una misura drastica, che rivela una capitolazione da leggere positivamente in termini contrarian. Non sorprende, sotto questa prospettiva, che colossi del calibro di Goldman Sachs e della stessa Bank of America, negli ultimi rapporti quasi esortino Powell ad non tagliare i tassi ufficiali per tutto l’anno corrente, perlomeno.
Con i rendimenti decennali di Austria, Francia e Svezia scesi ieri sotto la soglia dello zero, il messaggio che proviene dal mercato è sempre più chiaro. Prestare credito agli economisti, che sul finire dello scorso anno hanno clamorosamente cannato la previsione circa l’andamento dei tassi di interesse nel 2019, è esercizio che si compie a proprio rischio e pericolo.