Il rialzo dei tassi di interesse penalizza soprattutto il mercato obbligazionario, tanto caldeggiato dagli strategist all'inizio dell'anno, ed in seconda battuta le società ad elevato indebitamento. Il ruolo fuorviante degli "analisti da poltrona".

Il Dow Jones, decano degli indici azionari americani e mondiali, si accomiata dal governatore Powell nel modo migliore possibile: chiudendo ad un nuovo massimo storico. Durante il governatorato di “JPow”, il benchmark USA è salito complessivamente del 96%, pari ad un ritorno annualizzato medio del +8.4%, senza considerare i dividendi. Magari si farà rimpiangere, chissà...
S&P500 e Nasdaq 100 restano attardati, ma conforta la reazione delle ultime 48 ore dopo le canoniche tre sedute all’insegna della correzione. Un ripiegamento che ha immediatamente attivato i recettori del dolore da parte di molti osservatori, analisti o trader, pronti a giurare che fosse la volta buona, che il rialzo dei tassi di interesse potesse nuocere più ai listini azionari che allo stesso mercato obbligazionario.

Ieri abbiamo esaminato approfonditamente gli effetti storici di un setup tanto discusso in questi giorni come l’Hindenburg Omen: maturato in ben sei occasioni di recente. Storicamente una sequenza di questo tipo è occorsa altre 14 volte, ed il track record consente di farsi un'idea abbastanza precisa di cosa aspettarci nei prossimi tre mesi.
Meno temibile è la concentrazione di mercato, nonostante gli strali di quelli che Ned Davis Research definisce “gli analisti da poltrona”. Da inizio anno quattro società al Nasdaq – Alphabet, Nvidia, Micron e Intel – hanno fornito il 53% della performance dell’NDX: 8.4 contro 16.2%. Storicamente, però, negli anni in cui la performance dell’indice di Times Square è risultata compresa fra il 10 e il 20 percento, una media di tre società ha apportato la metà del ritorno dell’indice. È sempre stato così, non c'è nulla di nuovo sotto il sole.

Aggiunge NDR: «in tre dei quattro anni in cui più del 60% delle società quotate ha battuto l’indice, lo S&P500 ha chiuso l’anno in perdita a doppia cifra percentuale. La concentrazione di mercato è amica degli investitori...
La volatilità, il prezzo da pagare per investire in borsa, un po’ meno. Ma alla luce della consueta correlazione inversa che lega il VIX allo S&P500, non è ancora scattato il campanello d’allarme: che risuona quando il coefficiente di correlazione a 1 mese sale, temporaneamente, in territorio positivo. Nelle ultime settimane le due misure sono risultate vagamente sovrapponibili, ma ancora non siamo nelle condizioni di inaugurare un consolidamento.