Entrato da due mesi nel secondo anno di vita, il bull market ha penalizzato pesantemente i ribassisti, premiando soprattutto i piccoli investitori. Non tutti: cresce la proporzione di chi si aspetta, o confida, in una correzione di mercato. E quando lo scetticismo monta...

In una seduta contraddistinta dal rilascio della seconda lettura del tasso di crescita del prodotto interno lordo americano nel primo trimestre (dato invariato rispetto alle previsioni della vigilia: ancora una volta il flusso macro non riesce a sorprendere gli osservatori...), l’attenzione è tutti è stata ancora una volta catturata dal ritorno veemente delle cosiddette meme stock.
Giusto ieri mattina in questa sede si segnalava il ritorno di interesse verso GameStop e AMC. Quest’ultima, una vecchia catena di cinema americani, è esplosa ieri del 35%; del 120% soltanto nelle ultime quattro sedute. A dir poco impressionante il turnover: le azioni passate di mano da sole hanno costituito i due terzi del volume del NYSE. Significativamente, a questo giro non si registrano scambi speculativi sulle opzioni: questa volta il pubblico retail agisce prevalentemente sul cash.
Battendo le “mani forti” sul loro stesso terreno. Il basket delle retail stock, che include nomi come Apple, Tesla, Nio, Square; ha conseguito da marzo 2020 una performance del 68%: di gran lunga superiore al saldo messo a segno dallo S&P500. Non vorremmo essere nei panni dei ribassisti, i quali quest’anno hanno visto evaporare oltre 8 miliardi di dollari di ricchezza, puntando su un crollo di società come Hertz o le stesse GME e AMC; mai concretizzatosi, evidentemente...

Si assiste così ad una evidente dicotomia. Fra i partecipanti al mercato, che in questi quattordici mesi hanno goduto di eccezionali performance; e tutti gli altri i quali, persuasi da argomentazioni più o meno fondate, hanno casomai rafforzato le loro convinzioni ostili nei confronti del rialzo. Difatti, stando all’American Association of Individual Investors (AAII), è salita al 37% la percentuale di piccoli investitori convinta circa l’imminenza di una fase di correzione da parte delle quotazioni. Se non si arriva all’uva, vuol dire che è sicuramente agra.
Un’ulteriore prova di questo eccesso di cautela, è rappresentato da un indicatore di sentiment che fino a qualche tempo fa andava per la maggiore. Il Fear&Greed langue attualmente nella parte inferiore del range di oscillazione: ieri a 36 punti, in un territorio che convenzionalmente denota timore da parte degli investitori.
Sentimento legittimo, ma curioso, con il mercato a meno dell’un percento dai (recenti) massimi storici. Tutto il contrario della lettura estrema raggiunta all’inizio del 2020, prima del tonfo che di lì a breve si sarebbe manifestato. Un sentiment casomai più vicino ai livelli infimi toccati a marzo dello scorso anno, alla vigilia del più straordinario bull market degli ultimi 90 anni.