Alla vigilia del quarto compleanno, il bull market diventa ufficialmente il nono più lungo della storia, con una performance del 119%, senza considerare i dividendi. E nonostante i tassi di interesse ancora in tensione sulle scadenze lunghe. Continua...
Una correzione quasi invisibile ridimensiona i multipli di mercato: con il Price/Earnings passato da 23.2 volte di novembre, ad un rapporto di 18.9x venerdì sera. E fra una settimana gli investitori celebreranno il quarto compleanno del bull market. Continua...
L'irrigidimento delle condizioni finanziarie sta inducendo i mercati a rivedere le aspettative di aumenti ulteriori dei tassi ufficiali nell’Eurozona; con i due rincari già approvati che assumono lo sgradevole sapore di un "Trichet moment". Continua...
La prospettiva di ulteriori aumenti dei policy rate non contribuisce certo a rasserenare gli animi Ieri sera la probabilità di aumento del Fed Funds rate alla fine di ottobre aveva ripiegato al 47%. Oggi e nei prossimi giorni ne sapremo di più.
È una settimana in cui i dati macro negli Stati Uniti occupano il sedile del guidatore. I rilasci di ieri hanno definito la sensazione di un’economia non così pimpante. Stando al sondaggio JOLTS, la disponibilità di nuovi posti di lavoro ad agosto è scesa ai livelli più contenuti degli ultimi sei mesi, con la fiducia dei consumatori rilasciata dalla Conference Board che si è attestata ben al di sotto delle aspettative della vigilia, nonché ai livelli più depressi dal 2014.
Si direbbe che l’azione a tenaglia provocata dal rincaro delle fonti di energia e soprattutto dall’aumento dei tassi di interesse, inizi a farsi avvertire dagli operatori economici. Ieri lo yield governativo americano a 10 anni ha sfiorato il 5.30%, salendo ai massimi dal 2002, e progredendo per sette mesi di fila: una sequenza drammatica, occorsa soltanto altre 4 volte negli ultimi sessant’anni.
Sedicenti esperti per anni ci hanno messo in guardia circa il rischio di una “bolla” del mercato azionario, quando eccessi insostenibili si registravano sui titoli di Stato, la cui normalizzazione ora genera profonde minusvalenze nei conti titoli di investitori persuasi negli anni recenti circa l’opportunità storica di mettere "convenientissimi" bond in portafoglio.
La prospettiva di ulteriori aumenti dei policy rate non contribuisce certo a rasserenare gli animi, ma ne sapremo di più oggi, con l’atteso rilascio del core PCE deflator, la misura ufficialmente preferita dalla Federal Reserve, con ISM Index giovedì e buste paga venerdì che definiranno meglio il quadro macro corrente.
Ieri sera la probabilità di aumento del Fed Funds rate alla fine di ottobre aveva ripiegato al 47%.
A 24 ore dalla fine del mese, settembre non si è rivelato un mese negativo come nelle aspettative di molti alla vigilia. Lo S&P500 ieri sera cedeva lo 0.2% rispetto alla chiusura di agosto. Gli investitori fanno il tifo per il mantenimento di un saldo negativo, per i motivi che saranno esplicitati nel rapporto stagionale da pubblicarsi come sempre questa mattina.
Il ranking per performance mensile è guidato dal Brasile, che nel weekend è chiamato alle urne per le elezioni presidenziali, e da Taiwan: influenzata dal ritrovato stato di forma del settore tecnologico. In posizione intermedia la borsa di Milano (-1.5%), dove si assiste ad un fenomeno senza precedenti: l’eccezionale compressione della correlazione fra azioni. In linea di principio tutte le società si muovono allo stesso modo (scendendo) sui minimi del mercato, mentre al contrario una correlazione contenuta testimonia la prevalenza di fattori idiosincratici: ognuna per sé. Questo tipicamente si sperimenta alla fine dei rialzi pluriennali.