Molti investitori si sono lasciati persuadere dai presunti motivi per cui ogni momento fosse stato buono per vendere, senza chiedersi se mai ci fosse stato un momento in cui era opportuno comprare. Persuasi dal sovraccarico di informazione dell’era moderna.

Il problema nel concedere agli emarginati dal listino l’onore delle armi che deriverebbe dal riconoscere la possibilità di un Sell on News (fra pochi giorni il Regno Unito finalmente uscirà dall’Unione Europea, e la prima fase della intesa commerciale è finalmente stata consegnata alla storia); è che di fatto mancano azioni da vendere, in concomitanza con questi eventi catartici: dati alla mano, una ampia fetta di investitori dispone di liquidità da impiegare – disperatamente – e non di azioni da vendere. Certo, risuona un po’ come il famigerato «Questa volta è diverso» ma, come esaminiamo nel 2020 Yearly Outlook, che pubblicheremo lunedì, le probabilità giocano ancora a favore dei rialzisti.

Fra poche settimane le borse di tutto il mondo celebreranno undici anni di rialzi. Undici anni in cui lo S&P500 ha messo a segno una performance media annualizzata del 16%, senza considerare i dividendi; il MSCI World ha offerto un ritorno medio composto annuo dell’11.5%, e persino un pachiderma come il MSCI Euro ha portato a casa ogni anno l’8.2% in tutto questo tempo.

Osservando le reazioni degli investitori a questa epoca di guadagni, viene da riflettere sull’esistenza di due blocchi: coloro che hanno lasciato che la legge della domanda e dell’offerta decidesse per loro, lasciando che fosse il mercato a sancire ciò che è logico e razionale. E coloro che, sulla loro pelle hanno scoperto che il sovraccarico di informazione dell’era moderna, veicolato da TV, stampa specializzata, forum finanziari e social; non è stato un valore aggiunto. Ciononostante, vittime più o meno consapevoli di un fenomeno di dissonanza cognitiva, si sono lasciati persuadere dai presunti motivi per cui ogni momento fosse buono per vendere, senza chiedersi se mai ci fosse stato un momento in cui era opportuno comprare. Come se una correlazione del 90% fra utili aziendali e indici di borsa, non contasse più niente.

D’accordo, il mercato ci mette del suo. D’altro canto, è compito istituzionale delle borse quello di confondere la maggior parte delle persone la maggior parte del tempo. Se in questi undici anni avessero abbondato sedute da +2 percento, lo schiaffo avrebbe svegliato molti dal torpore. Invece gli indici sono saliti con pazienza, a piccoli passi; lasciando ai rally correttivi dei bear market le sedute boom che tanto eccitano gli investitori.

Negli ultimi tre mesi, ad esempio, mai lo S&P500 ha fatto registrare una variazione in valore assoluto a fine seduta superiore all’1%. Mai. Certo, prima d’ora ricorrono gli episodi del 26 settembre 2018 (massimo di mercato) e del 12 dicembre 2017 (massimo dopo un ulteriore 8% di rialzo). Ma prima di questi episodi, per ritrovare una simile quiete bisogna tornare ad ottobre 1995: quando iniziò – non finì – una galoppata destinata nel bene e nel male a sconvolge l’esistenza degli investitori. Probabilmente, in modo tuttora irrimediabile.