I reali motivi del disagio del mercato azionario americano sono da rinvenire su prospettive differenti da quelle popolari: meno mediatiche, ma più sostanziali. Fra queste, la registrazione del decimo Hindenburg Omen in un mese. Continua...
Wall Street concede terreno ai venditori, dopo un memorabile rally del 20% dai minimi di fine marzo. Occorreva il giusto catalizzatore, pervenuto sotto forma di rapporto sull'occupazione che spazza via ogni velleità di recessione. Continua...
Sono numeri sensazionali: 24 massimi storici da inizio anno, dieci settimane positive di fila, e sette sedute benigne da quando Warsh si è insediato alla guida della Fed. Anche Piazza Affari sui massimi storici. Gli investitori a ragione festeggiano. Continua...
La previsione di un minimo sui mercati alla fine di maggio ha premiato una minoranza di investitori che non si è lasciata convincere da sedicenti esperti. L'equivoco di fondo permane: in borsa sono quotate le società, non le economie.
Con la seduta di ieri, salgono a 8 i nuovi massimi storici sullo S&P500 in questo memorabile mese di maggio. Da inizio anno il conteggio si porta a 39 episodi; il primo, il 6 gennaio, quando l’indice USA si arrampicava fino a 6945 punti, inducendo i primi segni di vertigine da parte degli aspiranti investitori, rimasti da allora pietrificati a guardare. A titolo di riferimento, i record sono stati 39 nel 2025, e 57 nel 2024: siamo sulla buona strada...
La notizia degli ultimi giorni è che a S&P500 e Nasdaq si aggregano ora il decano Dow Jones, e gli indici in versione equiponderata: in cui le star del listino americano pesano comunque come le altre per lo 0.2% del totale. Segno di un’ampiezza di mercato in miglioramento, che probabilmente indurrà il modello di asset allocation a ritirare quel taglio precauzionale di dieci punti di esposizione in Equity, indotto da questo accennato fenomeno.
Osservatori, analisti ed investitori, autoemarginatisi dal bull market degli ultimi tre anni e mezzo abbondanti, cercano freneticamente ora una problematica auto-assoluzione, lamentando lo scollamento fra mercati finanziari ed economia reale, segnalando la distanza vertiginosa che – ormai da anni – separa gli indici di Wall Street da per esempio la fiducia dei consumatori.
Trascurando la differenza che a sua volta divide ciò che le famiglie riportano nei sondaggi, dalla loro effettiva allocazione in borsa. Soprattutto, cadendo nel solito equivoco storico: credere che in borsa sia rappresentata la parte macro dell’economia, e non quella micro. A dispetto di un convincimento alquanto diffuso, i mercati azionari sono interessati alla crescita dei ricavi, ai margini di profitto, al Return on Equity, alla lievitazione degli EPS. L’economia delle nazioni contando soltanto nella misura in cui dovesse eventualmente incidere su tali variabili.
Si spiega così la reazione vivace dei listini del Vecchio Continente, che negli ultimi due mesi e in particolare di recente, hanno clamorosamente ignorato la prescrizione sfavorevole fornita da un dato soft come il PMI Composite, avvicinando i massimi assoluti di inizio anno, quando non migliorandoli.
Certo la borsa americana gode di un altro passo. Il Nasdaq è salito dai 23 mila punti di fine marzo ai 30 mila punti di ieri. Sette mila punti di rialzo, che con un solo contratto “mini” equivalgono a 140 mila dollari di guadagno. Non aver portato a casa anche soltanto una frazione di questa plusvalenza, dovrebbe indurre gli “esperti” a riconsiderare l’attuale occupazione.
E a proposito di esperti, Goldman Sachs ieri sera ha innalzato a 8.000 punti il target di fine anno per lo S&P500.