Il risveglio dell'inflazione ha spazzato via consolidate certezze. Emerge un leader indiscusso.
Nonostante crash delle "dot com", 11 Settembre, fallimento Lehman, Grande Recessione, crisi dell'eurozona, recessione pandemica, invasione dell'Ucraina e crisi ricorrenti in Medio Oriente (e chi più ne ha, più ne metta), l'investimento in borsa è risultato di gran lunga quello vincente del secolo corrente, con una rivalutazione dal 2000 del 738%.
Fino al 2020 una diversificazione di portafoglio avrebbe fornito ritorni migliori, a condizioni più favorevoli di rischio. Ma negli ultimi sei anni gli investitori hanno scoperto una realtà sconosciuta a questa generazione: il reddito fisso non offre garanzie di sicurezza. Non preserva da prolungate minusvalenze di portafoglio.
Il risveglio dell'inflazione dopo decenni di letargo e la risalita dei tassi reali, hanno messo alle corde i titoli di Stato. La ritrovata correlazione positiva fra Equity e Bond, dopo un quarto di secolo, ha mortificato le performance di una gestione bilanciata 60/40, che ha accumulato negli ultimi cinque anni un vistoso ritardo rispetto all'investimento puro in azioni.
Ferve il dibattito fra gli allocatori. Fra chi si spinge ad un ribilanciamento più favorevole all'Equity (70/30), e chi introduce nuove asset class: come le commodity, con tutte le limitazioni operative che ciò comporta. E con la consapevolezza che non assicurano copertura effettiva né dall'inflazione, né dagli eventi geopolitici: i quali, stando all'esperienza degli ultimi quattro anni, finiscono per consacrare soltanto l'Equity.