E se la Terza Guerra del Golfo fosse uno spauracchio irrilevante per le sorti dei listini?
L'errore strategico di molti investitori e strategist, è stato quello di credere che le tensioni in Medio Oriente trasformassero il consolidamento fisiolofico di marzo, in un antipasto che avrebbe gettato il caos su tutti i listini azionari mondiali: producendo il quarto* bear market di questo decennio.
Ancora una volta si trascura l'equazione del mercato azionario: P = EPS/i.
Il prezzo delle azioni è funzione linearmente diretta della generazione degli utili delle società che le emettono, con i tassi di interesse che manifestano incidenza esponenziale.
Tutto il resto, è contorno.
E incide sul valore di mercato nella misura in cui influisce la capacità delle aziende di generare profitti, e sul costo del denaro.
Dalla vigilia dello scoppio delle ostilità fra la coalizione israeloamericana e la repubblica islamica dell'Iran, i rendimenti dei Treasury decennali sono passati dal 3.96 al 4.33%: meno di 40 punti base di incremento. Il timore di perdita di controllo dell'inflazione ha prevalso sui condizionamenti recessivi del greggio a tripla cifra.
Soprattutto, però, come denunciava stamattina uno studio di Societe Generale, abbiamo assistito negli ultimi mesi ad un autentico boom degli utili.
Gli EPS forward delle compagnie dello S&P500 sono cresciuti in valore assoluto di 600 miliardi rispetto alla fine del 2025: in appena quattro mesi, per un'espansione del 12%. Si tratta della revisione verso l'alto - non verso il basso, come implicitamente assumevano i ribassisti - più massiccia della storia, eccezion fatta per le fasi conseguenti all'uscita dalle recessioni, quando l'effetto base distorce le comparazioni.
Difficile parlare di autocompiacimento, dal momento che nelle trimestrali finora pubblicate emerge stridente la segnalazione dei timori per il conflitto nel Golfo Persico.
Naturalmente il rilascio degli utili di MAMA (Microsoft, Apple, Meta e Amazon) domani sera, potrà modificare anche sensibilmente il monte utili, ovvio in un senso o nell'altro. Ma fino ad ora la stagione delle trimestrali si è rivelata sontuosa, con l'84% delle 151 compagnie finora riportanti che ha battuto le stime di profitto degli analisti: del 12.1%, in media.
La speranza di molti "esperti" e dei tanti investitori rimasti a guardare, è che il restante 70% delle compagnie che devono ancora riportare i dati di bilancio del Q1, denunci sui conti l'impatto degli eventi esogeni al mercato, o del contesto macroeconomico. Può darsi, nella misura in cui fosse idiosincraticamente impattata l'equazione EPS/i.
Ma se così non fosse, il rischio effettivo sarebbe a quel punto quello di assistere ad una crescita ora parabolica delle quotazioni azionarie, come rilevava sconfortato questa mattina un editoriale su Bloomberg. Con i tanti investitori che, rimasti alla finestra, sarebbero costretti a rincorrere il mercato per ristrutturare una insostenibile posizione di portafoglio, che per i gestori professionali potrebbe costare il posto di lavoro.
* Dopo quelli di febbraio-marzo 2020, di gennaio-ottobre 2022 e praticamente di febbraio-aprile 2025.