In dieci anni capitale intaccato, anche considerando le cedole.
Una frettolosa e malriposta fiducia, ha lasciato posto negli ultimi mesi e settimane prima ad una marcata perplessità, e ora ad una palese preoccupazione, con picchi di pessimismo che rivelano una triste realtà agli occhi di tutti gli investitori.
Mentre autorevoli e qualificati osservatori puntavano il dito contro la presunta sopravvalutazione del mercato azionario, nel frattempo lievitava una bolla speculativa: quella del mercato obbligazionario. Titoli di Stato, insomma.
Memori dell'esperienza talvolta deprimente - per i sottoscrittori - talatra esaltante (per i detentori) degli anni Dieci, molti investitori si sono gettati a capofitto sul reddito fisso negli ultimi cinque anni. Cosa vuoi, hanno visto un Bund rendere meno dello zero percento, vuoi che non sia un affare mettere un Decennale di Berlino in portafoglio una volta raggiunto un yield del 2.0%?
Ma non torneremo mai più al 2019. Questa è una mia personale convinzione che ha costituito il filo rosso di tutti gli Outlook pubblicato nei passati cinque anni. Il CoViD ha generato un reset finanziario. L'economia non è e non sarà più quella dei decenni passati. Chi ragiona con gli schemi prevalenti dopo il 2008, ha commesso e commette un errore fatale.
Ho dedicato molto tempo a spiegare ai miei quattro lettori perché quello dei titoli di Stato sarebbe risultato un pessimo investimento, caldeggiando nel caso scadenze non superiori ai 3-4 anni. Un Bund che rende il 3.25% costituisce una mera illusione ottica: è la massima remunerazione corrisposta negli ultimi quindici anni ma, ragionando lucidamente, è ancora l'alba di una tendenza inaugurata nel 2020.
L'aspetto per molti sconcertanti è che la risalita dei rendimenti nominali è in buona misura ascrivibile alla componente reale dello yield. Non all'inflazione. Quella è un buon tema per riempire le colonne dei siti finanziari, ma non regge.
Senza considerare che la domanda di mezzi da parte del settore pubblico, compete ora con la raccolta di fondi da parte delle aziende private. In un periodo di scarsità di investimenti come quella successiva alla Grande Crisi Finanziaria, le aziende ed il settore privato in generale si sono trovati a disporre di un eccesso di risparmio (saving glut) finito per convogliarsi verso il reddito fisso. Adesso le aziende del denaro sanno cosa farne.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i titoli di Stato vivono ora apertamente una crisi esistenziale senza precedenti. Negli ultimi dieci anni un investimento in bond governativi ha reso, anche considerando le cedole nel frattempo collezionate, il -0.5% medio composto annuo: nonostante il flusso periodico, il capitale in dieci anni è stato depauperato, e questo prima ancora di considerare l'inflazione.
Chi avesse comprato bond governativi dieci anni fa, ora vanterebbe un ritorno medio annuo, sempre nominale, del +4.0%. Altri tempi. Oggi chi ha fornito fiducia ai bond, se ne pente amaramente.
Sono ancora in ferie, ritorno qui fra due settimane...