Il ribasso delle commodity metterà a dura prova la sostenibilità del debito pubblico in Italia nei primi mesi del 2019.

Nel Rapporto Giornaliero di questa mattina, ci siamo soffermati sulle opportunità ma soprattutto sul pesante rischio che comporta per l'Italia il marcato ribasso delle materie prime ad uso industriale, sperimentato nei mesi più recenti.

In particolare il LME Metal Index denuncia un passivo del 16% rispetto ad un anno fa. È vero che questo comporta un minore costo delle materie prime importate, con beneficio per la bilancia commerciale italiana, che risentirà in minor misura della contrazione della domanda interna in atto.

Ma è altresì vero che questa dinamica presenta due conseguenze:

1a) l'inflazione all'1.6% è fuori dal mondo. Nei prossimi mesi, almeno fino al dato di marzo che sarà reso noto ad aprile 2019, l'indice OCSE dei prezzi al consumo convergerà rapidamente verso lo zero, se persisterà l'evidente correlazione, con il LMEX che anticipa il CPI italiano di tre mesi. In termini tecnici si chiama deflazione.

1b) se questo è vero, ciò provocherà un'impennata dei tassi reali. Il che genererà un ulteriore freno per la congiuntura economica, già sull'orlo di una formale recessione. Non è colpa del governo se l'inflazione cala per fattori esogeni, ma è certamente colpa del governo se i tassi di interesse domestici sono saliti più che altrove.

2a) una caduta dell'inflazione provocherà analoga caduta del tasso di crescita nominale dell'economia; con conseguenti contraccolpi per la sostenibilità del debito pubblico: con il rapporto debito/PIL avente come noto al denominatore proprio la versione nominale, non deflazionata, del prodotto interno lordo.

2b) per meglio dire, l'equazione della sostenibilità del debito impone che, affinché il rapporto fra debito e PIL resti immutato, occorre assicurarsi che il costo medio del debito pubblico (interessi corrisposti, rapportati al prodotto interno lordo) sia non superiore al tasso di crescita reale dell'economia, aumentando del deflattore dei prezzi al consumo (dell'inflazione, insomma). In caso contrario, occorre conseguire un avanzo primario (spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, inferiore alle entrate fiscali) proporzionale.

È evidente che se da un lato il servizio del debito aumenta perché «sale lo spread», e dall'altro lato dell'equazione il tasso nominale di crescita dell'economia si riduce perché crolla l'inflazione; occorre impegnarsi affinché l'avanzo primario aumenti a dismisura. Aumenti, non si riduca, come sciaguratamente promesso dal governo in tempi non sospetti.

In caso contrario, si procede verso l'avvitamento del debito.