Le famiglie americane si indebitano. Ma c'è un "ma". Che rileva eccome.

Al solito, ha fatto notizia il nuovo massimo assoluto del livello di indebitamento complessivo delle famiglie americane, raggiunto alla fine del primo trimestre. Certo in Cina non hanno di questi problemi, con il settore privato riluttante ad indebitarsi nonostante i tassi di interesse in persistente calo.

E senza considerare la fisiologica tendenza di questo aggregato a salire nel tempo: quando ho comprato la mia prima casa in parte con un mutuo, il mio povero papà trasalì quando apprese la somma presa a prestito, memore dei pochi milioni di lire che ai suoi tempi aveva ottenuto dalla banca...

Il punto però è un altro.

È che, come spesso succede, analisti e investitori abbastanza frustrati, omettono di osservare l'altro lato dello stato patrimoniale. Sarà una mia deformazione scolastica, avendo conseguito il diploma di ragioneria, ma le passitività dicono poco se non confrontate con gli impieghi. Con gli attivi.

Se dunque l'indebitamento sale, le attività complessive delle famiglie americane, decollano. Letteralmente: al punto che le passività costituiscono ora una proporzione infima del 10.2% del patrimonio netto. Meno della metà rispetto al picco raggiunto dopo la crisi del 2008, prima di un deleveraging a tratti caotico e sicuramente mortificante dei consumi.

La situazione è diametralmente opposta rispetto a quella che condusse alla recessione del 2007-9, con connesso fallimento di Lehman Brothers: all'epoca le passività erano elevate e crescenti, oggi sono calanti e dormienti.

Questo spiega la continua compressione del tasso di risparmio, vale a dire della porzione di reddito non spesa in consumi: come mostra efficacemente lo studio di Bank of America, sussiste una correlazione inversa fra il saving rate e la ricchezza netta: più le famiglie si sentono benestanti, e meno avvertono l'esigenza di risparmiare. Il meccanismo mentale opposto a quello del 2008-9, eppure trascurato da molti: certo, stonerebbe con una lettura negativa («il tasso di risparmio è su livelli preoccupanti!») che rientra agevolmente in una narrazione disfattista e autoassolutoria.