Una volta superata la finestra stagionale del Summer Rally, la borsa americana ha potuto assecondare i timori sempre prevalenti degli investitori. Confermata la preferenza per il Value rispetto ad un Growth sotto pressione.

I timori per il ciclo degli investimenti delle Magnifiche Sette, il riacutizzarsi delle tensioni nel Golfo Persico e ora anche nel Mar Rosso, e la nuova fase della politica tariffaria dell’amministrazione Trump, scuotono gli investitori e inducono un netto ripiegamento degli indici azionari. Ma è evidente che il sell-off sia stato favorito dall’uscita dalla finestra stagionale favorevole che correva dal 27 giugno a metà di questo mese, con il consolidamento a suo tempo annunciato che trova ora puntuale realizzazione.
Da non trascurare la sequenza di Hindenburg Omen: ben 14, secondo le nostre stime, nel mese e mezzo compreso fra l’11 maggio e il 25 giugno. A suo tempo segnalammo come queste avvisaglie avrebbero generato un contraccolpo sui mercati, non appena archiviata la finestra stagionale favorevole; con gli eventi citati che hanno agito da mero catalizzatore.

Ad ogni modo ieri le azioni sui minimi annuali sono addirittura triplicate rispetto alla precedente seduta: 146, contro 54, con 7 settori su 11 in calo. In controtendenza finanziari (-0.34%) e soprattutto industriali (+1.8%), Health Care (+1.3%), Energy e Utility: ossatura di quel comparto Value indicato a metà a giugno come preferibile rispetto ad un Growth che appariva da allora destinato a sottoperformare. Le Magnifiche 7 hanno perso l’11% dai massimi, cedendo 2 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato.
Notevole e immediato il disimpegno dei piccoli investitori, con i Tori censiti da AAII precipitati di oltre 15 punti a meno del 30% nel giro di una settimana. A dirla tutta il pubblico retail non si mai è abbandonato ad entusiasmo nei confronti del bull market, con gli ottimisti che hanno oscillato fra il 30 e il 50 percento del totale, per una durata record di 44 settimane fino alla corrente ottava. Il precedente record risalendo al 1995 e al 1998 (anche questo fa riflettere...).

Un nulla di fatto in occasione del prossimo FOMC è ancora l’ipotesi più probabile, ma non così scontata, con una probabilità di aumento del Fed Funds rate salita in una settimana dal 9 al 38%, e con settembre che fornisce una virtuale certezza in tal senso.
Al riacutizzarsi della questione dell’offerta di greggio, si aggiunge ora una economia in grande spolvero, con le richieste di sussidi di disoccupazione crollate questa settimana ai minimi degli ultimi sessant’anni. Con un neo-governatore Warsh apertamente hawkish, non ci vorrebbe moltissimo per persuadere sette membri del direttorio a votare a favore di un clamoroso aumento dei tassi di interesse ufficiali.