Una coraggiosa ammissione sul multiplo più adorato dai ribassisti.

In un illuminante articolo pubblicato stamattina sul Financial Times, il columnist di punta Robert Armstong offre un coraggioso mea culpa su uno strumento di valutazione di mercato da anni usato a sproposito dagli autoemarginati dal bull market: il CAPE.

Acronimo di Cyclically-adjusted Price/Earnings, si sofferma sugli utili dei passati dieci anni anziché degli ultimi (trailing) o prossimi (forward) dodici mesi. Storicamente questa misura risulta più affidabile nel formulare previsioni sui ritorni teoricamente conseguibili dai mercati azionari: con un coefficiente di correlazione fra dato di partenza e 10 year annualized forward return più robusto di quello ottenuto con il "comune" P/E.

Il CAPE è stato indicato, invocato, quasi esortato dai ribassisti e non interventisti come pistola fumante della sopravvalutazione del mercato: prima perché elevato, poiché perché collimante con il valore raggiunto nel 2000, e giacché ci siamo, nel 1929. Brrrr...

Peccato soltanto che il CAPE non funzioni.

Da anni.

Per anni ho confortato i miei quattro lettori, che mi contattavano atterriti dalla stampa finanziaria "specializzata", che puntualmente riportava la denuncia di bolla speculativa prossima ad esplodere. A bene vedere sono lustri che il CAPE è stato sbandierato come un minaccioso vessillo. Invano.

Al di là della mia cerchia ristretta di lettori-investitori, in pochi erano coscienti del fatto che da tempo il CAPE non esprime più capacità di anticipare i ritorni prospettici del mercato azionario. In termini rigorosi, la retta di regressione che approssima le due misure si fa sempre più piatta, e la capacità predittiva sempre meno convincente.

Per inciso, nei momenti migliori il coefficiente di correlazione non si è mai spinto oltre 0.35, il che implicava che comunque c'era un 65% della performance di Wall Street, non spiegata dal CAPE. Ma amen...

Oggi, bontà sua, arriva Armstrong a concedermi il punto.

Nell'editoriale di oggi si legge (traduco):

«Quanto si sono davvero sbagliate le misure di Shiller? Il livello medio del CAPE nel secolo che ha preceduto la grande crisi finanziaria era pari a 16. Pertanto, per diversi anni dopo la grande crisi finanziaria — dal 2010 al 2016 — molte persone, vedendo il rapporto CAPE oscillare tra 20 e 30, hanno dichiarato che il mercato fosse costoso e hanno ridotto la propria esposizione. Io ero una di quelle persone, quindi posso dirvi che si è trattato di un errore molto costoso. In questo grafico del Cape (la linea arancione), ho invertito l’asse del Cape per rendere chiara la sua relazione con i rendimenti decennali successivi (la linea blu)».

Non pubblico il grafico per non incorrere nelle ire del FT.

Accontentatevi di una prova visiva non meno stringente.

Come Ross di Friends nell'episodio del sexy tape, e adesso sono felice...